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La trasparenza: il potere del vuoto

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Il principio della “trasparenza”, inteso come ‘accessibilità totale’ alle informazioni che riguardano l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni, è stato affermato con decreto legislativo datato 14 marzo 2013, n. 33. Obiettivo della norma è quello di favorire un controllo diffuso da parte del cittadino sull’operato delle Istituzioni e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.
In particolare, la pubblicazione dei dati in possesso delle pubbliche amministrazioni intende incentivare la partecipazione dei cittadini per i seguenti scopi: assicurare la conoscenza dei servizi resi, le caratteristiche quantitative e qualitative, nonché le modalità di erogazione; prevenire fenomeni corruttivi e promuovere l’integrità; sottoporre al controllo diffuso ogni fase del ciclo di gestione della performance per consentirne il miglioramento.
Tuttavia, l’obbligo della “trasparenza” non riguarda più solo la politica o l’economia; esso investe la nostra quotidianità, nel momento in cui ci invita a rinunciare alla nostra sfera privata e rendere pubbliche sulle varie piattaforme sociali i nostri stati d’animo e le nostre immagini. Forse più che di “obbligo” si potrebbe parlare di “bisogno” e più che di “trasparenza” di “esibizione”. Il confine sembra davvero sottile. Se, da un lato, alla base di una ricerca a volte affannosa di “trasparenza” sta la convinzione secondo cui solo eliminando le barriere che ci separano dall’altro possa emergere la verità di ciascun essere umano, dall’altro, dietro questa ricerca che può essere solo di superficie, si nasconde un bisogno, a volte non sano, di fare mostra di se stessi, di offrire souvenir di egotismi senza fine.
Cosa ne consegue? Se gli spazi riservati sono eliminati in nome della “trasparenza”, vi è il rischio di esibire volti che in realtà sono privati della loro personalità, in uno sterminato mercato nel quale le intimità sono esposte, comprate e consumate. Non solo. Portando alla luce sentimenti e stati emotivi, si ritiene di rendere trasparente l’anima, di metterla a nudo. Quindi, ognuno di noi, come in un enorme panopticon digitale, è spinto ad esibire se stesso, per effetto di un bisogno auto-indotto che invita a mostrare la propria verità.
L’errore nel quale si cade è che l’esposizione quotidiana della propria vita non conduce alla scoperta di alcuna verità. “Trasparenza e verità” oppure “bisogno e verità” non sempre sono in sintonia. La “trasparenza” e l’esposizione dell’intimità non conducono alla scoperta di alcuna verità. Non c’è identificazione tra queste. L’intimità annulla la distanza e quindi può annullare le stesse condizioni dell’alterità.

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Ma, soprattutto, nella società della “trasparenza” manca molto spesso la luce proveniente dalla trascendenza, l’unica in grado di rischiarare. Il cristianesimo nasce dall’incontro con un uomo concreto che è vero Dio: Gesù Cristo. Ecco l’esperienza della trascendenza! Ed il trascendente non è solo l’impegno infinito, irraggiungibile, ma il prossimo, l’altro che è dato di volta in volta, che è raggiungibile. Ogni creatura, quindi, è chiamata a vivere a partire dal trascendente, senza crearsi illusioni causate dalla sovraesposizione che avviene attraverso l’eccesso di comunicazione, che conduce soltanto ad un vuoto di senso che la massa di notizie non potrà colmare. Quindi, l’accumulo di informazioni della nostra società tecnologica, impossibilitata a mostrare alcuna verità, si limiterà a restituire solo un vuoto di senso. D’altra parte, solo il vuoto è davvero trasparente.

Cristiano Massimo Parisi