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Ma avevamo davvero bisogno di Facebook? A proposito di social network, invidia e infelicità

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Se sia vero, come affermano i due ricercatori universitari Ethan Kross dell’Università del Michigan e Philippe Verduyn di Lovanio, in Belgio, che Facebook renda i propri utenti più infelici, invidiosi, depressi e insoddisfatti della vita, non saprei dire. Quello che ho capito, nella mia esperienza personale dei social network, è che, a dispetto delle apparenze, decisamente non ne avevamo bisogno. Malgrado il dilagante conformismo voglia persuaderci che se non sei social non esisti, vivere senza un profilo Facebook non è solo possibile, nelle attuali circostanze, è addirittura doveroso. Le dinamiche relazionali che si sviluppano tra gli aderenti ai social, amici o seguaci, sono improntate ad una sostanziale, tangibile falsità. Si tratta di amicizie surrogate, effimere e di rapido consumo, come dimostra la facilità con la quale contatti divenuti indesiderati vengono bloccati o cancellati, dopo banali divergenze su temi politici o calcistici. I più assidui collezionisti di amici telematici costruiscono con accortezza la propria immagine, si prendono «una cura meticolosa dei loro sosia digitali» (J. Lanier), scegliendo con scrupolosa attenzione le fotografie da condividere nella propria bacheca. Sono accortissimi nel postare solo le proprie immagini migliori, spendendo tempo ed energie per costruirsi una schiera di estimatori e seguaci, generosi di like, creano cioè (è sempre l’illuminante Lanier a formulare l’azzeccatissima definizione) delle «apprezzate versioni on line di se stessi», sostanzialmente false. Piacere diventa essenziale, poco importa, in questa versione plebiscitaria delle relazioni, se ciò che piace non siamo proprio noi stessi, ma la nostra versione edulcorata, riveduta e corretta, ad usum Delphini. Superfluo sottolineare quanto inutile spreco di energie costi quest’autopromozione fine a sé stessa, la quale davvero ci trasforma in oggetti in vetrina, lucidati e messi in bella mostra, nell’ansiosa speranza di ottenere consensi. Questa gratificazione effimera, da cui si diventa di giorno in giorno dipendenti, sostiuisce il piacere reale di un incontro, di una chiacchierata, di fare due passi con qualcuno; sarà per questo che l’articolo dell’Economist che riporta i dati emersi dalla ricerca condotta da Kross e Verduyn titola: Fatevi una vita! (per dissuaderci dal frequentare i social). E naturalmente mentre ci illudiamo di piacere a tizio caio e sempronio, sprecando il nostro tempo in cicalecci telematici senza costrutto, o ci facciamo i fatti degli altri, frugando tra le loro ultime foto e attività, (ostentando benevolenza e nutrendo spesso profonda e nascosta invidia verso la tale dimagrita o il tale in viaggio di piacere in esotiche località), Zuckerberg accumula milioni di dollari e di dati personali di noi poveri allocchi, compiacendosi a dismisura dell’ingigantirsi esponenziale delle proprie ricchezze personali. Facebook vende costosa pubblicità a innumerevoli inserzionisti, forte di un’utenza più vasta di giorno in giorno. A Zuckerberg e ai suoi soci i nostri contenuti non interessano in alcun modo, interessiamo solo noi in quanto innumerevoli, potenziali compratori, cioè merce da vendere agli inserzionisti. Siamo un puro dato statistico, non esseri umani senzienti. Un mondo senza contenuti, attento solo al denaro, al commercio e alla pubblicità, diventa inesorabilmente vacuo e terribilmente scadente e triste.

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