02 - Chi sono oggi i veri padroni del web e perché urge diffidarne

Chi sono oggi i veri padroni del web e perché urge diffidarne

02 - Chi sono oggi i veri padroni del web e perché urge diffidarne

Quello che un tempo sembrava essere semplice progresso tecnologico, sta diventando di giorno in giorno, in misura sempre più allarmante, autentica “idolatria del web”. Quanti di noi si sono mai fermati a pensare che personaggi come Mark Zuckerberg, possano pesare sulle decisioni dello stesso congresso degli Stati Uniti d’America? Eppure è così. L’universo digitale, le cui magnifiche sorti e progressive, avevano fatto sperare in un domani radioso, nel quale le conoscenze sarebbero state appannaggio di tutti, a portata di click, in una democratizzazione idealistica, animata da ideali libertari, si è tramutato in un mostro mitologico, un’Idra dalle molte teste, i cui nomi corrispondono ai colossi che lo monopolizzano: Facebook, Google, Amazon, Twitter, Apple, tanto per citare i principali. Se da un lato, come evidenziato dalle illuminanti considerazioni di Jaron Lanier (inventore della realtà virtuale e celebre “pentito” del web), in testi basilari come You Are Not a Gadget: A Manifesto, il web sta stritolando la classe media, cacellando posti di lavoro e azzerando interi settori dell’economia, dall’altro i padroni della rete stanno esercitando una funzione omologatrice su idee e comportamenti sempre più pressante «plasmando valori e stili di vita». Nella mia preoccupata riflessione su questi temi, che dura ormai da molti mesi, leggendo Federico Rampini (giornalista autore di Rete Padrona, edito da Feltrinelli) un’affermazione tra tutte mi martella nella mente: questo neo capitalismo moderno desidera persuaderci della propria inevitabilità ed ineluttabilità. Esso si propone come via unica, priva di alternative. Mi è chiaro anche da piccole cose: ho notato, ad esempio, che da quando diserto Facebook, stanca di essere merce di scambio per il suo proprietario, sono tagliata fuori dal giro di amicizie e relazioni che prima mi circondavano. Illusorio pensare di sottrarmi alle spire del drago, comunicando su WhatsApp, dal momento che è anch’essa proprietà dell’onnipresente, mefistofelico Zuckerberg, il quale ha sborsato la bellezza di 19 miliardi di dollari, per acquisirla. Trovo molto importante domandarsi come la tecnologia digitale stia trasformando la nostra mente, condizionando le nostre abitudini, i nostri stili di vita, ingenerando falsi bisogni, non ultimo quello di oggetti tecnologici sempre più avanzati e illusoriamente prodigiosi, spingendoci a credere che i nuovi strumenti tecnici siano davvero in grado di trasformarci la vita magicamente, semplificandone o azzerandone la fatica. Di qui la nascita di élite digitali, dalle quali restano fatalmente esclusi i meno abbienti. I padroni del mondo sono sempre più coloro che posseggono i computer più potenti, i sofware più avanzati, i robot più futuristici. Per smascherare l’inganno che si nasconde dietro il volto promettente e radioso della rete occorre riflettere su ciò che ci è stato tolto dai noises off tecnologici, che ci rubano la privacy, ci rendono sempre più distratti e futili, esibizionisti e superficiali. Non troppo tempo fa, un mio buon amico ingegnere, invitato a casa mia per cena, ha smarrito la strada e percorso svariati chilometri in più seguendo le indicazioni del navigatore satellitare del suo telefonino di ultima generazione, senza neppure porsi il problema di orientarsi da sé, in base ai 4 punti cardinali. Le amicizie surrogate dei social network sono un’altra prova evidente di questa deriva. Ciò che va osservato è che, in maniera spesso acritica ed in misura dilagante, aderiscono a questa cyber dittatura fasce sociali un tempo totalmente estranee al mondo digitale, esperito oggi come evoluzione, crescita, svolta e mai messso in discussione. E mentre noi cinguettiamo su twitter e postiamo faccine su Facebook i loro padroni accumulano milioni di milioni, trattandoci come merce. Occorre, come affermato da Lanier “rompere l’incantesimo”, smascherare l’impostura, riprenderci la nostra indipendenza di giudizio. La Silicon Valley, un tempo terra promessa dei progressisti, sta trasformandosi nella patria del tecno-totalitarismo. Non sarà facile, come non è facile immaginare un motore di ricerca che funzioni meglio di Google, o prefigurare l’avvento di un umanesimo digitale, nel quale “chiunque lasci tracce misurabili in rete” possa restarne proprietario, come ipotizza Jaron Lanier, o addirittura venir remunerato, ma il cambiamento inizia dalla presa di consapevolezza, solo così si può sperare di riscrivere le regole del gioco.